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Il pensiero di Leopardi

Il pensiero e la poetica di Giacomo Leopardi sono caratterizzati dal pessimismo, l’aspetto filosofico che caratterizza tutto l’evolversi delle idee e degli ideali del poeta e filosofo italiano, assumendo nel tempo connotazioni diverse.

L’ opera di Leopardi si incentra su alcune tematiche ricorrenti: l’infelicità dell’uomo, l’aspirazione impossibile a un piacere infinito, il potere delle illusioni. A orientare il pensiero di Leopardi verso una visione pessimistica della realtà contribuiscono le sofferenze fisiche e psichiche dell’autore. Il pensiero di Leopardi non assume una forma sistematica, gran parte della sua poesia poggia su un’ articolata riflessione teorica, che riprende il materialismo illuministico.

Il pensiero di Leopardi si divide in:

Il Pessimismo Storico:

Pessimismo storico si intende il fatto che Leopardi considerava la felicità umana frutto della condizione storica. Inoltre riteneva che vi erano ancora modi per recuperare le grandi illusioni degli antichi attraverso l’azione. Ritiene che la natura sia incapace di garantire la felicità all’uomo, mentre nel pessimismo cosmico vede la natura come natura matrigna, quindi le attribuisce la responsabilità dell’infelicità degli uomini.

La teoria del piacere:

Tra il 1821 e il 1823 circa, una serie di importanti annotazioni dello Zibaldone testimoniano un’ evoluzione del pensiero di Leopardi, che giunge ad abbracciare pienamente le teorie del materialismo illuministico, elaborando la teoria del piacere. L’autore costata che ogni uomo tende al raggiungimento del piacere, che coincide con la felicità.  L’uomo desidera in realtà un piacere infinito, che non esiste in natura. L’unica via attraverso cui l’uomo può raggiungere una specie di è piacere illusorio è l’immaginazione.

Il Pessimismo Cosmico:

Qui ogni creatura è investita nel pessimismo, perché la natura contemporaneamente crea e distrugge (concezione materialistica) per cui ora la ragione è l’unico bene la natura da benigna passa a matrigna poiché prima illude l’uomo che la felicità è la normale condizione di vita, poi lo abbandona nell’“arido vero”. La ragione non è più autrice dei mali ma rivelatrice. Anche se l’individuo potesse raggiungere il piacere, il bilancio della sua esistenza sarebbe comunque negativo, per la quantità dei mali reali (infortuni, malattie, invecchiamento, morte) con cui la natura, dopo averlo prodotto, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare l’esistenza e non a rendere felice il singolo.

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